Cambi Casa d’Aste annuncia uno degli appuntamenti più attesi del mercato internazionale del design d’autore, considerata la vendita più prestigiosa del dipartimento: l’asta Fine Design, in calendario martedì 27 gennaio 2026, presso la sede di via San Marco 22. Un appuntamento di riferimento per il collezionismo internazionale, che riunisce una selezione rigorosa di 101 lotti unici o rari, scelti per importanza storica, qualità progettuale e valore estetico. Un percorso che attraversa il secolo XX, raccontando l’evoluzione del design come linguaggio culturale tra arte e sperimentazione.
Il catalogo riunisce opere iconiche e spesso introvabili dei grandi maestri del design italiano e internazionale. A caratterizzare questa vendita è la presenza di importanti nuclei di arredi firmati dai più significativi progettisti del secolo scorso.
Carlo Bugatti
L’approdo di Carlo Bugatti all’ideazione dei mobili esotizzanti non è lineare e immediato. Figlio d’arte, nel senso che ereditava dal padre sia una professione sia una generica vocazione creativa, benché avesse frequentato scuole specifiche per l’apprendimento della manualità artistica, si mantenne sempre nello spirito del grande dilettantismo di cui la cultura europea gli forniva eletti modelli.


Anche quando egli dirigerà una ditta di arredi di solide e professionali strutture, attiva per una clientela sempre più vasta ancorché particolare nei gusti, Carlo mantiene alla sua produzione il carattere di raffinati pezzi unici o di piccole serie con varianti, e le mantiene il sapore di liberi e fantasiosi esperimenti, sia sul piano delle materie (con l’uso, tante volte sottolineato, di pergamene dipinte, borchie di rame cesellato, intarsi di madreperla e metalli preziosi e così via), sia sul piano di invenzione stilistica, dove si succedono o si mescolano tipologie moresche, giapponesismi di fantasia, insieme alla larga propensione all’orientalismo (il sogno delle terre lontane, l’oriente dei viaggiatori, dunque insieme testimonianza di vagabondaggio romantico, nella ricerca di liberarsi di sé e della propria civiltà, dell’esplorazione positivista e neo-illuminista ).


Gerardo Dottori
Gerardo Dottori progettò questi arredi all’inizio degli anni 30 su richiesta di Guido Cimino, uno dei suoi principali collezionisti ed avvocato appassionato d’arte che, sedotto dalla vitalità della moderna Arte Futurista, dal 1915 al 1960 fu metodico acquirente e committente dei suoi dipinti, come il Volo sull’oceano del 1929 aggiudicato da Cambi a Luglio 2025 per la cifra record di 250.100 € e proveniente dalla stessa proprietà. Il committente chiese a Dottori di trasferirne i colori e il dinamismo nel cuore della casa, lo spazio destinato a riunire ogni giorno attorno al tavolo da pranzo una famiglia numerosa composta da otto fratelli, una mamma e un papà, sempre disponibili ad aggiungere un coperto per l’ospite di turno. Per questo si rese necessario realizzare un arredo in grado di far mangiare comodamente sino a 12 persone per volta. Per l’esecuzione dei mobili, costruiti direttamente in casa sotto la direzione di Gerardo Dottori e del cugino ingegnere del committente, ci si rivolse ai migliori artigiani su piazza e nessun dettaglio fu lasciato al caso. I colori vennero stesi da provetti falegnami con uno speciale procedimento che lascia trasparire le venature del legno. Il disegno è futurista persino per le chiavi degli sportelli.


Trasmesso per via ereditaria all’interno della famiglia del committente, con esposizioni pubbliche come l’importante mostra sul Futurismo al Guggenheim di New York (Italian Futurism, 1909–1944: Reconstructing the Universe – New York del 2014), il prezioso arredo è giunto sino a noi miracolosamente intatto e completo di ogni suo elemento: buffet; contro buffet; tavolo quadrato allungabile con 12 sedie; due tavolini d’appoggio; due espositori a forma di scaletta; due applique; un lampadario centrale e due cabaret.


Fontana Arte
L’opera di Pietro Chiesa per Fontana Arte nella metà degli anni Trenta rappresenta uno dei momenti più alti della cultura progettuale europea, un istante in cui l’oggetto d’uso si spoglia della sua funzione domestica per farsi “forma pura”. Questi due tavoli in cristallo molato non appartengono alla storia dell’arredo, ma alla storia dello spazio.


Nel modello del 1934 (citato in Domus n. 83), Chiesa opera una vera e propria trasposizione architettonica. I sostegni, composti da una stratificazione di lastre di cristallo molato, richiamano la tettonica dei grandi edifici milanesi dell’epoca. Vi si scorge il rigore etico di Giuseppe Pagano: la struttura è onesta, dichiarata, priva di mascheramenti. Eppure, la loro imponenza geometrica evoca il classicismo semplificato di Giovanni Muzio o il monumentalismo di Marcello Piacentini. Chiesa riesce in un paradosso formale: conferisce al vetro — materia per eccellenza effimera — la solennità di una colonna dorica o di un pilastro in marmo del Palazzo della Civiltà Italiana.


Nel secondo esemplare, caratterizzato dai supporti curvi con innesti in legno, la lezione di Gio Ponti emerge con forza prepotente. Qui il design si fa “maniera”, mediando tra il funzionalismo radicale di Piero Bottoni e la grazia decorativa di Emilio Lancia.
La curva non è un vezzo ornamentale, ma una tensione strutturale che dialoga con la luce. In questo pezzo, Chiesa affronta il tema razionalista della “sottrazione”: il tavolo non occupa un volume, lo definisce attraverso i suoi confini luminosi. L’inserimento del legno alla base non è solo funzionale, ma è un richiamo alla terra, un contrappunto materico che esalta, per contrasto, la natura “celeste” e aerea del cristallo molato.
Osvaldo Borsani
Questo eccezionale tavolo da pranzo, realizzato intorno al 1940 dalla celebre Atelier Borsani di Varedo, rappresenta una delle espressioni più alte dell’arredo d’autore destinato alle grandi ville del Lago di Como. L’opera non è solo un mobile, ma un’architettura conviviale che fonde il rigore del design lombardo con la potenza della scultura mitologica. Il basamento è l’elemento narrativo centrale: sei Nereidi in legno finemente scolpito sostengono il piano con un movimento fluido e dinamico.
La scelta iconografica è una colta citazione a Plinio il Vecchio, illustre comasco che nella sua Naturalis Historia celebrò il legame tra uomo e natura. In pieno stile Borsani, la figura classica viene reinterpretata con un segno “modernista”: le ninfe sembrano fendere l’acqua, con i capelli che fluiscono all’indietro trasformandosi nelle linee portanti della struttura. È un omaggio alla storia profonda del territorio lariano, dove il mito romano si specchia quotidianamente nelle acque del lago. L’opera esprime tutta la maestria dell’Atelier di Varedo nella combinazione di materiali nobili e contrastanti: il legno, trattato con finiture calde e setose, rivela la capacità dei Borsani di trasformare la materia solida in figure vibranti di vita e movimento, mentre il bordo del tavolo è impreziosito da una fascia in vetro lavorato a punte di diamante color acquamarina.


Questo dettaglio, tipico delle collaborazioni di Borsani con le eccellenze vetrarie dell’epoca, è studiato per catturare la luce naturale e restituire i riflessi cangianti del lago. Il grande piano in cristallo permette di ammirare la complessità scultorea del basamento da ogni angolazione, garantendo al contempo un’eleganza eterea che non appesantisce lo spazio solenne del salone.
Gabriella Crespi
Siamo lieti di poter presentare un nucleo importante da un’unica provenienza, creato da collezionisti che, negli anni ‘70, hanno saputo costruire un eccellente rapporto personale con Gabriella Crespi. All’interno di questa collezione si presentano diversi mobili e oggetti, ad esempio il “Puzzle Table” fuori misura realizzato su richiesta della famiglia, il bar ovale della serie Menhir, il tavolo Elisse della serie Plurimi,e un numeroso e raro bestiario. Splendida la vasca “Ippopotami”, un gruppo plastico in bronzo lucidato di ragguardevoli dimensioni- circa 40×60 cm- che ne rappresenta quattro, intenti a bagnarsi e abbeverarsi ad uno stagno inscritto in un bordo a roccaille particolarmente mosso e increspato.


“Mobili mobilissimi per diventare infine mobili plurimi. Mobili a sorpresa che come per un gioco si aprono, si chiudono, si cambiano, si trasformano”. L’ideale di Gabriella Crespi è un mobile, mobilissimo, che non mortifichi lo spazio di una stanza. Di qui, una costante ricerca verso una facilità di rapidi cambiamenti in uno stesso mobile: facilità di sviluppo per diventare un ‘plurimo’. Nel 1970 prende inizio la serie vera e propria dei suoi mobili: forme nuove dove impegno e rigore non mutano il costante desiderio di movimento. Mobili pieni di “vita”: in opposizione al senso statico, libero nello spazio e in continua metamorfosi. Le sue realizzazioni seguono coerenti una filosofia utilitaristica dello spazio, associata al senso di una estetica funzionale.


Il “Puzzle Table”, tavolo da pranzo in ottone, è come una struttura metallica con piani di cristallo che identificano ognuno un singolo posto a tavola, partendo da un tavolo ottagonale composto da due consolle per evolvere all’infinito secondo desiderio e bisogno. Le sedie “Jacaré”- parola brasiliana che indica un piccolo caimano che vive nelle paludi dell’America Centrale e Meridionale- vedono la luce nel 1975. Nell’estrema linearità formale, imprendibile e astratta, la seduta, pieghevole, che può avere struttura in acciaio e inox e rete d’acciaio, o in cuoio e ottone, ricorda le fauci del rettile da cui ha tratto la propria denominazione.
Tra il 1970 e il 1974 crea i piccoli animali, tutte le diverse sculture che compongono il bestiario sono state realizzate in bronzo lucidato, argentato o dorato, inglobano un uovo in vetro di Murano trasparente, appositamente realizzato dalla celebre fornace Barovier&Toso. Una collezione quindi estremamente rappresentativa di uno stile espressivo che ha reso Gabriella Crespi una icona unica e inconfondibile.


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