Le grotte del Castello Mackenzie

Tra le molteplici articolazioni architettoniche e artistiche del Castello Mackenzie – opera prima e capolavoro eclettico del fiorentino Gino Coppedè – spicca, per il suo sorprendente sviluppo scenografico, il romantico paesaggio delle grotte artificiali, che affacciano su un cortile mattonato posto a una quota sottostante al livello dell’edificio e collegato, attraverso un piccolo portone, a una sezione del giardino digradante verso via Cabella. A tale area si accede attraverso una scala addossata alle mura e decorata con un assemblaggio di reperti archeologici e rilievi in pietra e ceramica. Questo tipo di decorazione – presente anche in altre zone del Castello, come nella Loggia dei Cavalieri, sulla grande terrazza a lato della torre, o nelle cantine – si rifà all’uso, invalso nei palazzi di molte città della Toscana, di murare sulle facciate dei cortili una sorta di galleria di stemmi. Le armi applicate alle pareti del cortile, pur riprendendo tipologie di gusto basso medievale e rinascimentale, risalgono alla fine dell’Ottocento e ai primi del Novecento e molte delle terrecotte invetriate sono state realizzate dalla manifattura toscana di Ulisse Cantagalli. Combinati senza alcun criterio filologico con tali decorazioni, sono stati incastonati sulle pareti del cortile anche alcuni reperti archeologici di epoca imperiale romana e una lastra in travertino con iscrizione, databile verso la metà del I secolo a.C.

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L’area del cortile appare dunque strettamente connessa al paesaggio naturalistico delle grotte, nel segno del comune obiettivo dell’architetto e del committente – il ricco assicuratore scozzese Evan Mackenzie – di stupire e meravigliare il visitatore attraverso la ricostruzione di ambienti intrisi di riferimenti storici, in un impossibile sogno di collegamento tra il presente e un antico e glorioso passato.Tornando all’ampia scenografia delle grotte sotterranee del Castello Mackenzie, la realizzazione di questo spettacolare sfondo – inquadrato da un loggiato di archi gotici decorato con il reiterato motivo della salamandra – fu tuttavia originariamente determinata dall’esigenza di ricoprire la cavità aperta nel giardino durante i lavori di sbancamento all’interno del cantiere.

L’ampio e profondo sistema di grotte artificiali – la cui misteriosa suggestione è comparabile, se non superiore, a quella suscitata dalle grotte interne del Castello di Neuschwanstein, edificato nella seconda metà dell’Ottocento dal re Ludwig II di Baviera – fu dunque concepito, su un’area di circa 500 metri quadrati, grazie alla realizzazione di un solaio in profilati d’acciaio poggiante sui muri perimetrali del Castello e sul muro di cinta della proprietà. A esso furono fissate – per mezzo di ganci di ferro simili a grossi ami – stalattiti provenienti, con ogni probabilità, da Postumia e tenute insieme da un amalgama di cemento. Il gusto teatrale, che ispirò questa romantica rappresentazione artificiale di una natura oscura e selvaggia, ha determinato la creazione di un antro pittoresco, costituito da sassi, rocce e stalattiti, al quale era possibile accedere anche dall’interno del castello attraverso un’apertura situata in una sala dei sotterranei. Da tale passaggio dipartivano due sentieri: uno si distendeva internamente lungo un tragitto ad anello; l’altro conduceva all’esterno delle grotte tramite un passaggio di collegamento con il cortile, contrassegnato all’uscita da due colonne in pietra a fasce orizzontali bianche e nere. Il fascino e l’incanto di questa vasta cavità sotterranea erano ulteriormente accentuati, in origine, dal serpentino fluire di un corso d’acqua che, attraversato da un rustico ponticello di legno, si addensava verso il fondo in una sorta di laghetto.

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Alcune testimonianze orali dei discendenti di Evan Mackenzie ricordano inoltre che il rivo fu navigato, in occasione dell’inaugurazione del Castello, da una piccola imbarcazione; mentre è quasi certo che giochi d’acqua si trovassero all’interno di un prolungamento della grotta, utilizzato come passaggio sotterraneo per accedere, al di là delle mura, ai locali della scuderia e dell’autorimessa. L’interno della grotta artificiale si presenta infine come suggestivo fondale per una copia in cemento della Venere di Milo che, per misura, fattezze e rilievo del panneggio, corrisponde perfettamente all’originale.

Nel basamento, circondato nella parte inferiore da un rilievo raffigurante un corteo di cammelli e di cavallucci marini, si può tuttavia ravvisare l’influenza del gusto esotico che si sviluppò diffusamente in Italia tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento. Curiosamente un’identica versione della statua si trova, sempre a Genova, nel giardino del neogotico castello ideato dal capitano Enrico De Albertis e costruito tra il 1886 e il 1892 sotto la supervisione di Alfredo De Andrade, su progetto degli ingegneri Graziani e Parodi, dello scultore Agostino Allegro e dell’architetto Marco Aurelio Crotta. Il tema della Venere è peraltro riproposto internamente, nel vano scala dell’atrio d’onore, dalla copia, identica nelle proporzioni e nella fattura, della Venere di Capua conservata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Questo interesse da parte del Mackenzie nei confronti della rappresentazione della dea dell’amore è d’altronde confermato anche dal suo ritratto eseguito nel 1902 da Luigi De Servi – pittore alla moda e ritrattista ufficiale della borghesia genovese e toscana – e conservato presso la Galleria d’Arte Moderna di Genova. L’uomo d’affari scozzese appare raffigurato all’interno di una cornice pittorica di genere che mette in evidenza la sua duplice attività di imprenditore e collezionista. Alle sue spalle s’intravede infatti una piccola copia della Venere di Milo che, se pure fu una presenza ricorrente nell’arredo dei diversi studi del pittore, come confermato da altri suoi dipinti, trova un significativo collegamento con la citata copia della celebre statua scenograficamente collocata nella parte più remota delle grotte del Castello.

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