Carceri d’invenzione: Uno specchio interiore.
Fabio Noli 8 Giugno 2020

Le prigioni emotive di Giovanni Battista Piranesi

 

 

Si tratta di un’opera visionaria straordinariamente moderna ma che affonda le sue radici nei misteri dell’Antico Egitto e della Roma pagana, forse un poco tra le stanze della collezione delle meraviglie di Athanasius Kircher.

 

 

 

Curiosa contraddizione per un uomo nato nel 1720, immerso nella luce veneziana, circondato da artisti che da questa luce trassero ispirazione.

 

 

 

 

Innamorato della Roma antica, tra il 1745 e il 1750, Giovanni Battista Piranesi lavora a una serie limitata di tavole raffiguranti interni fortemente drammatici, frutto di fantasia, specchio di un paesaggio suo interiore che sfugge al rigore razionale dell’architettura, che affonda le sue radici nel disagio, nei silenzi della solitudine.

 

 

 

 

 

 

 

Soprattutto nel secondo stato e nella sua rielaborazione di poco successiva, gli ambienti si fanno più cupi, più contrastati, come se l’incubo trasferito in questi interni fosse del tutto psicologico ed intimo, esprimendo disagio ma anche aprendo a una possibilità di fuga dalla realtà…

 

 

 

 

 

 

Questa è forse la ragione principale di tanta modernità, il motivo per il quale gli uomini del Novecento, il secolo della Psicanalisi, hanno amato con forza queste invenzioni.

 

La serie delle carceri d’invenzione è contenuta all’interno del volume 8 dei 19 tomi dell’opera incisa di Giovanni Battista Piranesi

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