La parola all’esperto – Vanitas e Memento Mori
Fabio Noli 8 Aprile 2020
Pipa in schiuma raffigurante mano che sorregge un teschio con bocchino in ambra e ghiera in metallo, Germania, fine XIX secolo

Dalla funzione morale alla rappresentazione artistica

di Carlo Peruzzo

 

 

….Ciechi, stolti e insensati ,
ogni cosa il Tempo fura ;
pompe, glorie, onori e stati
passan tutti, e nulla dura ;
e nel fin la sepoltura
ci fa far la penitenza.

 

               Antonio Alemanni

                    Canto carnascialesco (ante 1512 )

 

 

Scorro, piacevolmente incuriosito, il catalogo dell’asta iconoclasta e surreale Out Of Ordinary. Mi catturano l’attenzione alcuni lotti che in modo palese o celato rappresentano i soggetti della Vanitas e del Memento Mori.

E, come in un passaggio nella galleria virtuale dei miei ricordi, rivedo i molti oggetti inerenti a questo tema che nel tempo hanno costellato le nostre vendite. Oggetti come testimoni remoti, dei concetti etici propri del pensiero filosofico e religioso, che hanno interpretato la caducità dell’umano attraverso la rappresentazione, in forma d’arte, di due locuzioni latine riconoscibilissime: Memento Mori (Ricorda che devi morire) e Vanitas vanitatum (Vanità delle vanità, tutto è vanità). Sono antichi precetti morali che nelle varie epoche si sono materializzati attraverso la rappresentazione artistica e che conservano tuttora una indiscussa attualità.

Sono opere e oggetti realizzati in materiali preziosi come l’avorio o l’argento, modellati in cera, scolpiti in pregiati marmi o intagliati in rare essenze. Raffinati oggetti da Studiolo o da Wunderkammer come il putto in avorio intento a fare bolle di sapone soffiando in una cannula, esplicativo del concetto Homo bulla est adottato da Erasmo da Rotterdam nel XVI secolo ma già presente nella letteratura latina del II secolo ad opera di Marco Terenzio Varrone quod ut dicitur, homo est bulla, eo magis senex (per sé, come dicono, l’uomo è una bolla, tanto più se è vecchio).

 

Scultura in avorio raffigurante putto alato su base lignea tornita ed ebanizzata, arte tedesca del XVII secolo, scultore prossimo a Marcus Heiden (1618-1660)

 

 

Altri oggetti desiderati da sempre da eccentrici collezionisti sono i molteplici teschi scarnificati, ricoperti da immondi animali come serpi o rospi, gli scheletrici busti, sempre realizzati in avorio, e la composizione modellata in cere colorate, come la fanciulla che distoglie lo sguardo dallo specchio timorosa di vedere sfuggire la sua giovinezza  attorniata da elementi simbolici e allusivi allo sfiorire della bellezza, come la rosa, o alla fragilità delle cose, come le leggere piume che ornano la sua acconciatura. Sono particolari, dettagli che rimandano alla consunzione e alla precarietà dell’esistenza, della giovinezza e della bellezza e che, ossessivamente, gli amanti dell’arte tentano di esorcizzare attraverso il loro possesso.

 

 

Bhernard Caspar Hardy (1726-1819), attribuito a

 

 

Memento mori in avorio scolpito a foggia di busto scheletrico divorato dai vermi. Germania (?) XVIII-XIX secolo

 

 

Memento mori in avorio. Giappone XVIII-XIX secolo

 

Oggetti preziosi da portare con sé, sono i piccoli pendenti come il teschio in argento finemente cesellato con la calotta apribile per poter nascondere pozioni o veleni. Una miniatura con la cornice, anch’essa in argento, volutamente “essenziale”, raffigurante uno dei temi più ricorrenti nella pittura nord europea del XVII secolo a soggetto Vanitas: un teschio appoggiato su un tavolo con a fianco una candela consumata e spenta da cui sale un filo di fumo che rimanda all’origine del temine latino Vanitas,  derivante dall’ebraico Hével che significa appunto fumo, vapore.

 

 

Piccolo teschio portapillole in argento fuso e cesellato, Italia? XVIII secolo

 

 

Ancora oggetti personali sono le due tabacchiere, minuti lavori di alta ebanisteria, raffigurati sul coperchio: l’una un profetico quadrante di orologio con le lancette costituite da arco e saetta che segnano il passare inesorabile del tempo ruotando attorno ad un teschio, l’altra la malinconica rappresentazione di un’urna cineraria solitaria nella radura di un bosco sotto un cielo nevoso.

 

Microintaglio in avorio su scatola in legno, tornito ed ebanizzato, Ambito di Giuseppe Maria Bonzanigo (Asti 1745-Torino 1820)

 

 

Tabacchiera circolare in radica, tartaruga e vetro con micro intaglio sul coperchio raffigurante ara sepolcrale. Giuseppe Maria Bonzanigo (Asti 1745 – Torino 1820) e atelier, inizi del XIX secolo

 

In ultimo i realistici crani da meditazione scolpiti in pregiati marmi orientali come il purpureo porfido  o l’eburneo palombino per terminare con il monumentale trionfo allegorico della morte contrassegnato dai numerosi simboli che la rappresentano opera in marmo bianco del decadentismo romantico ottocentesco.

 

 

Antico memento mori in porfido

 

 

 

“Memento mori” a foggia di teschio in marmo palombino, lapicida del XIX-XX secolo

 

 

Un significativo campionario icastico testimone di come l’insuperabilità della precarietà della condizione umana spinga, da una parte, alla creazione di forme artistiche che la rappresentino, dall’altra, al desiderio e possesso dell’oggetto artistico, sola alternativa capace di istituire la precarietà come luogo di contatto,  di appartenenza ad una esistenza comune.

 

 

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