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Dipinti Antichi

Old Masters: Susanna e i vecchioni di Mattia Preti

9 Dicembre 2025 Nessun commento
Old Masters: Susanna e i vecchioni di Mattia Preti
Lara Maria Brun 9 Dicembre 2025
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Cambi Casa d’Aste annuncia una giornata interamente dedicata ai capolavori della pittura e della grafica antica con due aste che si terranno a Genova l’11 dicembre 2025. Una doppia occasione per collezionisti, studiosi e amatori, che potranno ammirare e acquisire opere provenienti da importanti raccolte private, attribuite ad alcuni dei più importanti artisti attivi tra il XV e gli inizi del XIX secolo.

Il catalogo “Old Masters” racchiude dipinti, tavole e disegni di scuola italiana ed europea, attraversando il Rinascimento maturo, il Barocco e la grande stagione seicentesca. Tra le opere più significative emerge la straordinaria Susanna e i vecchioni di Mattia Preti (Lotto 256), proposta come una primizia giovanile del maestro e considerata dagli studiosi un tassello fondamentale per comprendere l’evoluzione del suo linguaggio caravaggesco e bolognese. L’intensità plastica, il chiaroscuro drammatico, la tensione emotiva che percorre la scena restituiscono pienamente la forza narrativa del Preti degli anni Quaranta.

All’aperto, accanto a una fontana e protetta dall’ombra di un albero, una giovane donna si bagna. La luce che arriva da sinistra scolpisce il suo busto con un’intensità caravaggesca: compatto, luminoso, sorprendentemente bello. È Susanna, colta nell’istante in cui alza lo sguardo verso l’alto invocando aiuto. Due uomini – non più giovani ma nemmeno anziani – la osservano increduli, travolti dallo stupore e dal desiderio. Il primo, con la barba folta, tenta di strapparle l’ultimo lembo del mantello bianco; l’altro, con un gesto autoritario, la minaccia, intimandole il silenzio.

L’atmosfera è carica di tensione. Le figure sembrano incastrate in un gioco di mani e sguardi che, nel potente chiaroscuro, richiama immediatamente il linguaggio del Guercino. Non è un caso che venga spontaneo pensare alla sua Susanna conservata alla Galleria Nazionale di Parma, datata attorno al 1650. Sul margine destro della tela il profilo della fontana lascia intravedere una staccionata che introduce a un cielo al tramonto: un dettaglio che dilata lo spazio e amplifica il dramma.

Il ritorno di un soggetto barocco amatissimo

Con questo imponente dipinto del Seicento, si riapre il dossier iconografico di Susanna e i vecchioni, episodio narrato nel Libro di Daniele. La vicenda è nota: dopo aver respinto le avance dei due giudici, Susanna viene da loro calunniata e accusata di adulterio. Condannata alla lapidazione, verrà salvata dal profeta Daniele che smaschererà la menzogna dei suoi persecutori.

Il tema, amatissimo dai pittori barocchi, offriva ampie possibilità narrative: il nudo femminile, il voyeurismo, il rapporto di potere tra sguardo maschile e corpo femminile. Tutti elementi perfetti per gli artisti della stagione post-caravaggesca, in particolare nell’ambiente romano e napoletano degli anni centrali del Seicento. Qui, la cultura visiva si nutriva tanto del naturalismo caravaggesco quanto dei riflessi bolognesi e della presenza, determinante, di un maestro spagnolo come Jusepe de Ribera.

È in questo contesto fertile che si colloca il dipinto in esame. E tutto lascia supporre che si tratti di un lavoro giovanile di Mattia Preti, probabilmente realizzato a Roma o a Napoli intorno alla metà degli anni Quaranta del Seicento. Il confronto con opere certe del cosiddetto “primo tempo” del pittore – come il Cristo e la Cananea, recentemente confermato come autografo – sembra rafforzare questa ipotesi.

Una delle prime “Susanne” di Mattia Preti?

Se così fosse, ci troveremmo davanti a una delle primissime versioni del soggetto affrontato dal maestro tavernese. Mattia Preti, cresciuto artisticamente tra Napoli e Roma prima della lunga stagione maltese, tornerà infatti più volte sul tema della casta Susanna. Il culmine di questo percorso è il capolavoro oggi conservato presso la Fondazione Longhi a Firenze, databile agli anni napoletani (1651-63). Roberto Longhi lo acquistò nel 1946, affidandone il restauro a Mario Modestini: un intervento che riportò alla luce il décolleté della protagonista, rivelando aspetti essenziali per la comprensione dell’opera.

Non sorprende che, nel nuovo millennio, gli studi su Preti siano tornati al centro dell’interesse degli storici dell’arte, complice la rinnovata attenzione nei confronti del caravaggismo. Emblematica, in questo senso, fu la grande mostra di Palazzo Reale a Milano nel 2006, che dedicò un’intera sezione alla produzione giovanile dell’artista.

Napoli, Ribera e i precedenti del tema

Accanto alla componente caravaggesca, il dipinto mostra anche forti legami con la cultura visiva napoletana. Chi conosce questo ambiente tra gli anni Trenta e Quaranta ricorderà le versioni del soggetto realizzate da Massimo Stanzione e da Fabrizio Santafede, detto Pacecco De Rosa. Preti doveva conoscere bene, ad esempio, la Susanna di Stanzione oggi a Francoforte, attribuita dallo studioso Voss e datata agli anni Trenta. Meno convincente gli dovette apparire la scelta di Pacecco, che amplia l’episodio con una sorta di “piano sequenza” narrativo, come nel grande dipinto di Capodimonte.

Mattia, non Gregorio: chiarito un possibile equivoco attributivo

Negli ultimi anni, la ricerca ha approfondito anche l’opera di Gregorio Preti, fratello maggiore di Mattia. Gregorio, attivo a Roma dal 1624 ma certamente transitato per Napoli, collaborò col fratello fino alla metà degli anni Trenta. Tuttavia, nonostante alcune affinità, l’opera in esame non può essere attribuita a Gregorio. Il confronto con una Susanna e i vecchioni recentemente ricondotta alla sua mano mostra differenze troppo marcate: Gregorio è più rigido, più secco nel disegno, meno vibrante nell’uso del colore rispetto a Mattia, decisamente più dotato e originale.

Scheda a cura del Prof. S. Causa

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